L’autosufficienza alimentare con un orto è possibile? Parte 2

paniere con i frutti dell'ortoContinuiamo con la seconda parte del post sulla possibilità di raggiungere l’autosufficienza alimentare con il proprio orto. Nella prima parte abbiamo visto come l’autosufficienza sia possibile riguardo ad ortaggi e frutta di stagione. Vediamo cosa altro è possibile autoprodursi, e passiamo alle conclusioni del discorso.

Autosufficienza alimentare per i grassi: l’olio

Nella dieta italiana il grasso principale è l’olio. Prodursi il proprio olio è sicuramente possibile, ma serve un numero non indifferente di ulivi. Purtroppo gli ulivi non sono alberi che compri, pianti, e dopo 2 anni inizi a raccogliere. La produzione inizia dopo almeno 5 anni, e all’inizio è molto scarsa. Servono alberi di almeno 30 anni per avere una produzione a regime. Inoltre anche se si dispone di qualche olivo in età da produzione, vale il discorso fatto per gli alberi da frutta: un anno il raccolto sarà abbondante, l’anno dopo no. Quindi per essere veramente autosufficienti occorre disporre di un numero di ulivi tali per cui ci sia una eccedenza di produzione, da tenere da parte per l’anno successivo.

E se uno non è vegano o vegetariano (autosufficienza alimentare per la carne)?

Beh, allora il discorso si complica. In un piccolo appezzamento si possono allevare galline, quaglie, anatre, oche, tacchini e conigli. Ma anche maiali e capre o pecore.
Le galline possono fornire uova e carne, e le uova sono un alimento completo e utilissimo in cucina. Perché siano una risorsa da carne invece bisogna imparare ad ucciderle.
uova nel cestinoOccorre comunque valutare che per ogni gallina ovaiola occorrono circa 35 kg l’anno di granella, da coltivarsi o da comprare. Si può decidere di alimentarle solo ed esclusivamente con il pascolo, ma comunque l’inverno un po’ di integrazione aiuta.

Per i conigli vale più o meno lo stesso discorso fatto per le galline: o ci si preoccupa di coltivare anche il loro mangime, o occorre acquistarlo.

Il maiale, da macellare a Natale come usava una volta, sarebbe  una gran cosa. Ancora adesso è possibile allevare e macellare in casa maiali per autoconsumo. Ogni comune ha le proprie regole ed ordinanze riguardo il periodo dell’anno in cui è possibile farlo (in genere un paio di mesi da Natale) e il numero di animali per nucleo familiare che è possibile macellare. Attenzione a rispettare le regole, quelle per non far soffrire l’animale ma anche quelle sanitarie, perché le pene sono salatissime! Anni di galera e multe di decine di migliaia di euro!

Comunque ci vuole un gran coraggio a macellare il maiale, inoltre un maiale mangia 1 o 2 chili al giorno di cibo, non poco. E poi è un animale, ci dicono, estremamente affettuoso con il padrone. Noi non ci pensiamo nemmeno, anche se sul nostro terreno c’è ancora la porcilaia della precedente proprietaria, che evidentemente -altra generazione- tanti problemi non se li poneva.

E il latte?

Beh, non esageriamo adesso! Si, volendo si può prendere una bestia (vacca, pecora, capra, asina, scegliete voi la vostra mammifera preferita), farla partorire, levarle il cucciolo (vitello, agnello, quel che l’è), e quindi mungerla finché produce latte. Però la mungitura va fatta tutti i giorni, poi il latte va consumato, e se è molto, come nel caso di una vacca, trasformato. Si, certo, così facendo uno ha latte, burro, formaggi, tutto quello che volete. Però non basta un pezzetto di terreno, serve molto spazio per il pascolo (per una mucca minimo un ettaro solo per lei) e forse siamo andati troppo in là con l’autosufficienza, non credete?

E lo zucchero (autosufficienza alimentare per i dolcificanti)?

E già! Cosa si usa come dolcificante? La stevia? Si, è una possibilità, ma il clima del luogo dove si ha l’orto deve poterne permettere la coltivazione (noi dopo 3 tentativi abbiamo rinunciato). E non deve dare fastidio il retrogusto di liquirizia! Oppure il miele, certo. Ma allora bisogna mettere anche almeno un’arnia nell’orto, il che comunque, detto tra noi, non sarebbe una cattiva idea, a prescindere dalla produzione del miele.
Un amico che ci ha proposto una delle sue arnie con le api, per ora abbiamo rifiutato ma non escludiamo in futuro di approfittare dell’offerta.

bottiglie di elixir di timo

E gli alcolici? Beh, amari e anche qualche superalcolico noi ce li facciamo, con le erbe aromatiche o con gli alberi: elisir di timo, elisir di erba di San Pietro, digestivo alle bacche di alloro, digestivo alle foglie di alloro, liquore alla lavanda, nocino, visciolato.
Per ora abbiamo provato questi, ma ne facciamo sempre di nuovi.

Il vino? La birra? I distillati???
Calma! Ora non esageriamo, e cerchiamo di avere l’approccio giusto.

L’autosufficienza alimentare è allora un mito?

Beh, bisogna intendersi, e ragionare in maniera diversa. Tutto tutto non lo si può avere, e comunque anche quello che si coltiva obbliga a compromessi.

Dunque, quello che ha senso fare, e quello che facciamo noi, è avere un approccio orientato all’autosufficienza, ma senza sperare o neanche pensare di coltivarsi da soli tutto, né di prodursi da soli tutto con i frutti della terra. E neanche di limitarsi solo a consumare quello che si produce.
Insomma, la mattina il caffè non lo facciamo né con l’orzo, né con la cicoria: arabica, e di quello buono!

Però di quello che coltiviamo, e in questa zona viene bene, ne coltiviamo di più di quello che serve al nostro autoconsumo stretto.

E l’eccedenza?

L’eccedenza si può barattare o vendere. La legislazione per la vendita di prodotti agricoli sembra molto complicata, ma in realtà se il reddito agricolo è basso (parliamo di meno di 7000 euro), ci sono tutte una serie di agevolazioni (esonero dalla tenuta dei registri IVA, esonero dalla contabilità, ecc. ecc.). Le associazioni di coltivatori possono indirizzarvi in modo da poter vendere nel rispetto della legge, senza impazzire dietro a scartoffie e versamenti INPS. Ma ripeto, solo se il reddito agricolo è basso e le coltivazioni ridotte.

Inoltre alcune regioni, ad esempio la Toscana, permettono la trasformazione dei propri prodotti nella cucina di casa (previa autorizzazione); quindi una piccola micro-fattoria come la nostra, se fosse in Toscana, potrebbe produrre marmellate e conserve come facciamo noi, e le potrebbe anche vendere nel pieno rispetto della legge, possibilità che invece a noi è preclusa. Ma probabilmente nel futuro questa possibilità verrà data anche da altre regioni, perché nel resto d’Europa le legislazioni sono più possibiliste, ed il trend è quello di uniformarsi tra diversi stati.

Per le uova il discorso è diverso, per poterle vendere bisogna chiedere il numero di stalla alla asl di zona e, se non si è coltivatori diretti, è necessario iscriversi come agricoltore non professionale. Inoltre il pollaio deve essere in regola con le disposizioni regionali e comunali. Comunque fino a 50 galline, anche qui la situazione è abbastanza tranquilla e gestibile.

Insomma, con i piccoli ricavi dell’eccedenza, si può allora comprare (o barattare) quello che non si produce: la nostra spesa alimentare al supermercato si limita sostanzialmente a burro, zucchero, formaggi stagionati, latte, cioccolata e poco pesce. La carne bianca spesso la prendiamo da piccoli produttori qui intorno, che magari allevano qualche coniglio o qualche pollo in più. Inoltre per alcune cose ci accontentiamo: la pizza fatta con la nostra farina integrale non sarà perfetta, ma se vogliamo mangiare una vera pizza Napoletana allora andiamo a Napoli, o almeno in pizzeria!

L’olio lo prendiamo da piccole realtà locali locali in zona, idem il vino, e i liquori come detto spesso ce li produciamo da soli con le erbe aromatiche del nostro orto, comprando l’alcool buongusto (quello a 90 gradi) al supermercato.

I formaggi freschi, come la ricotta di pecora o i formaggi di capra, li prendiamo direttamente da alcuni produttori qui vicino, che abbiamo selezionato dopo tanti giri alla scoperta e all’assaggio. Lo stesso per i salumi.

conserve di pomodoroL’importanza delle trasformazioni

Inoltre trasformiamo laddove possibile. Facciamo letteralmente decine e decine di barattoli di conserva e di marmellate, secchiamo (ceci, aglio, erbe aromatiche), conserviamo sottovuoto (grano), in cantina (zucche, patate), e congeliamo (fave, fiori di zucca, pasta fresca e pizze al formaggio per usare le uova, pesto, carciofi, ecc. ecc.).

I mesi di luglio e agosto da questo punto di vista sono molto impegnativi, perché c’è da raccogliere, pulire e trasformare o congelare tantissimo. Però poi per tutto l’anno abbiamo i nostri prodotti, e sostanzialmente ci serve davvero poco dal supermercato.

Tecnicamente non siamo autosufficienti, se vogliamo, ma per esempio in questi tre mesi di clausura forzata siamo andati a fare la spesa raramente, ché realmente non ci serviva molto.

Si può fare di più?

Beh, forse si, magari più che producendo ancora più cose (abbiamo ancora molto terreno disponibile), limitando la varietà dei consumi, quindi acquistando meno e sforzandosi di più di utilizzare solo i propri prodotti.

Però un po’ sarebbe un vezzo, e un po’ alcune cose (come macellare polli) proprio non siamo in grado di farle e neanche vogliamo imparare. E un po’ è anche piacevole -se uno ha la possibilità economica- mangiare quello di cui si ha voglia più che quello che c’è, o magari ogni tanto del pesce o dei frutti di mare, che d’accordo che sono frutti, ma purtroppo non crescono sugli alberi!

In definitiva diciamo che l’autosufficienza alimentare con il proprio orto è in parte un mito, ma anche e soprattutto perchè non siamo contadini del 1500! Oggi i nostri gusti sono evoluti, vogliamo prodotti che arrivano giocoforza dall’altra parte del mondo (il cacao, il caffè ad esempio), e siamo abituati a una varietà di consumi impensabile anche solo 100 anni fà. Però allo stesso tempo si può raggiungere un notevole grado di autosufficienza senza grossi sforzi; o almeno, noi ci stiamo riuscendo.

I primi anni che ci siamo trasferiti in campagna, ci sembrava noiosissimo mangiare 3 cene di seguito verdure, magari sempre broccoletti. Adesso però abbiamo imparato che magari una volta ci fai una frittata, un’altra volta la pasta, e la terza volta una torta rustica. Per la pasta magari ci aggiungi un’alice, per la torta rustica un po’ di pancetta: i sapori cambiano e non ti sembra più così noioso.

Quello che di sicuro occorre imparare a fare, per migliorare l’autosufficienza, più che coltivare tanto è invece imparare a trasformare e soprattutto a cucinare. Dedicando un po’ di tempo alla cucina (anche perché le verdure non escono dall’orto pulite!), allora si riesce ad avere una dieta variata e, soprattutto, sanissima!
E cuocere le verdure, e i prodotti dell’orto, come un vero chef non è così difficile.

L’impatto economico dell’autosufficienza alimentare?

Beh, la spesa alimentare un tempo incideva pesantemente nelle uscite familiari, ma a partire dagli anni ’60 la quota del reddito destinata ai consumi alimentari è andata costantemente diminuendo. Secondo l’Istat, nel 2016, la spesa media mensile delle famiglie per alimenti era pari a 447 euro. Nel 2018, questa cifra era salita a 462 euro (+3,5%).(Oltre il 2018  non abbiamo trovato i dati.) Stiamo però parlando di una spesa media, attenzione! Sempre mediamente, questa spesa rappresenta circa il 18% delle entrate familiari. Ora, chi è abituato a comprare cibo di qualità, biodinamico, biologico, ecc., magari spenderà un po’ di più; chi invece cerca di risparmiare, magari di meno.

Comunque si può stimare che un orto ben condotto, variato e con qualche cereale come grano o mais, possa consentire un risparmio di almeno 200 o 300 euro mensili sulla spesa, con oltretutto una qualità di cibo di assoluto livello, e una dieta che per sua natura (molte verdure) è sicuramente sana.

rastrellare prima della seminaE le spese?

Ovviamente, però, non stiamo contando le ore lavoro profuse nell’orto. Secondo la regione Lazio, un orto richiede 2.000 ore/lavoro l’anno per ettaro. Diciamo un orto di 1.000 mq sono allora 200 ore lavoro. Secondo questo sito,  il costo lordo orario di un operaio agricolo è di 12,75 euro. Quindi idealmente si “spendono” 2.550 euro l’anno virtuali, il che corrisponde a 212,5 euro al mese, sempre virtuali. Però allora occorre dire che si risparmia almeno sulla palestra :-), e probabilmente sul medico e sul farmacista!

Poi ci sono le spese per gli attrezzi, le piantine (noi le autoproduciamo), le manutenzioni, il concime se uno lo dà, l’acqua e l’impianto di irrigazione. Ma parliamo, nel nostro caso, di duecento euro l’anno, malcontati, e a stare molto larghi. Tenere pulito il giardino costa molto di più!

Inoltre alcuni prodotti dell’orto possono anche essere utilizzati per altri scopi:  ad esempio il mais ha più potere calorico della legna, ed esistono caldaie a mais, o si può integrare il pellet di legna con il mais. Noi troviamo che sia poco etico, nel momento in cui c’è gente nel mondo che soffre la fame, bruciare del cibo e quindi noi non lo facciamo, ma ognuno è libero di fare come crede.

Conclusione

Insomma, la vita in campagna obbliga a molte rinunce, ma queste rinunce, il più delle volte, sono solo figlie di un condizionamento culturale: il cornetto a colazione (e non la crostata fatta con la propria farina e le proprie marmellate), il pane soffice (e non quello integrale, basso, che non lievita perché pesante, fatto col proprio grano), la verdura pulita in vaschetta (e non magari con la lumachina che cerca di fuggire dal lavandino quando la lavi), e così via.  Sono tutte abitudini che si prendono in anni di vita metropolitana, ed occorre un pò di sforzo per liberarsene.

Sforzo però indubbiamente ripagato. E non solo e non tanto in termini economici, quanto in termini di gusto (la roba appena colta è più buona), di salute (ha valori organolettici più elevati), e di soddisfazione! Senza contare che un approccio del genere all’alimentazione è indubbiamente più sostenibile, e anche più resiliente: con ridotte disponibilità economiche, magari per una crisi, comunque si ha da mangiare. Insomma, rubando il concetto a Nassim Taleb, è anti-fragile.

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